Di E.S. Garcia
(Questo articolo è di settembre-ottobre 2016, scritto senza riuscire purtroppo a farlo pubbicare. Ho scelto di condividerlo qui senza aggiornamenti, a mo' di archivio: così si può misurare com'è cambiata la situazione nel frattempo e dove mi sono sbagliato. In attesa del prossimo articolo...)
Il risultato del referendum del 23 giugno per l’uscita del
Regno Unito dall’Unione Europea è l’ennesima bocciatura del progetto politico
di Bruxelles. Il popolo britannico si è espresso chiaramente: vuole l’uscita
dall’UE. Professionisti dell’informazione, o presunti tali, non hanno aspettato
prima di analizzare con calma l’evento, preferendo invece, salvo rare eccezioni, delegittimare gli elettori della Gran Bretagna in
ogni modo possibile.
Sul risultato hanno influito molti fattori, che dovranno
essere esaminati con cura in altre sedi (storica, sociologica…): scarsa
affluenza dei più giovani, vuoi anche un po’ di nostalgia di un passato imperiale e
coloniale nei più anziani (oppure semplicemente un senso di rivalità
col resto del continente); probabilmente qualcuno dalle urne pensava persino di dare un colpo
alla globalizzazione. Tutto parzialmente vero. Non bisogna
abbandonare però uno sguardo più ampio. La gestazione della Brexit ha avuto
luogo nel 2010-15, con le crisi dei debiti dei cosiddetti PIIGS
(acronimo dispregiativo che indica Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e
Spagna) e la loro pessima gestione da parte dell’UE. La causa pro-Leave
(l’uscita) si è presentata come critica di quanto avvenuto. A ciò si aggiunga
la grande paura del Regno Unito di perdere la propria sovranità in diversi
ambiti di decisione (accordi commerciali bilaterali con altri paesi,
immigrazione, politica monetaria, difesa…), argomento sensibile già dai
tempi di Margaret Thatcher (persistente
riferimento ideologico, la Iron Lady,
nelle campagne di Nigel Farage, non solo
in UK).
Conviene, inoltre, guardare agli eventi focali dell’estate
appena passata per comprendere meglio la Brexit. Lo stesso giorno del referendum si è tenuto in Uzbekistan
il XVI summit dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione
(SCO, Shanghai Cooperation Organization, che conta due nuovi membri: India e
Pakistan, grazie alla mediazione di Russia e Cina). La regione eurasiatica è
attraversata da nuovi fermenti, organizzazioni e
iniziative (la stessa SCO, l’Unione Economica Eurasiatica, la Banca Asiatica
d’Investimento per le Infrastrutture, i progetti per una nuova Via della Seta, come “One Belt, One Road”).
In breve, il Regno Unito ha capito l’attuale perdita di terreno geopolitico da parte degli USA
e alleati, per questo non vuole lasciarsi sfuggire gli investimenti di vecchi e
nuovi mercati. Oltre al riavvicinamento al Commonwealth e ad altre ex
colonie, sono già stati stretti alcuni accordi finanziari fra Londra e Pechino,
e gli incontri fra l’ormai ex Primo Ministro britannico David Cameron e il
Presidente della Cina Xi Jinping erano diventati molto frequenti. Per la
Cina si prospetta la possibilità di servirsi di Londra come nuovo snodo
finanziario internazionale per i capitali estasiatici e per il primo titolo di Stato cinese emesso per il
mercato estero. Capitali da investire in Europa, servendosi della
City come ponte per raggiungerla. Lo stesso discorso vale anche per l’India,
che d’altronde gode di rapporti di più lunga data con Sua Maestà.
È importante sottolineare, però, la situazione paradossale in
cui si trova la politica estera britannica dopo la Brexit: è evidente che la
Gran Bretagna guarda, questo sì, verso altri lidi; il colosso cinese, però, ha
instaurato nei limiti del possibile una golden relationship con Londra
proprio per il fatto che la City rappresenta uno dei Ventotto dell’UE. Si
giustifica così la dura reazione sulle colonne del Global Times
(vicino al Partito Comunista Cinese) nei confronti del referendum: con il Regno
Unito fuori dall’Unione diventerebbe più complicato (anche se non impossibile,
certamente) per la Cina inserirsi in Europa. Un dettaglio fondamentale da
tenere presente, è che uno dei fautori di queste buone relazioni, George
Osbourne, non è stato riconfermato nel ruolo di Ministro degli Esteri
britannico. Al suo posto è stato nominato Boris Johnson, che potrebbe adottare
una retorica anti-cinese come quella di Donald Trump. Intervistato dal Guardian, Steve Tsang, esperto
della Cina presso la University of Nottingham, ha osservato che senza Osbourne
(e il suo primo ministro Cameron) l’edificio di buone relazioni anglo-cinesi
potrebbe essere compromesso o cambiare forma. Così, da parte del Governo
britannico, potrebbe prevalere non tanto la volontà di rispettare il
referendum, quanto la Realpolitik. Si veda il recente comportamento del Ministro Johnson: da un lato, egli si
dimostra ancora poco indipendente da Washington nello scagliarsi contro la
Russia in merito alla situazione in Siria, peggiorando
la situazione;
dall’altro, spinge per
l’ingresso della Turchia nell’UE, dimostrando che Londra ha ancora degli interessi sul continente.
Cina e India, dal canto loro, potrebbero voler negoziare una permanenza
del Regno nell’Unione Europea.
Anche gli Stati Uniti, d’altra parte, vogliono che il proprio
principale alleato in Europa stia al suo posto. Obama è sempre stato contrario
alla Brexit, così come le istituzioni finanziarie di Washington e Londra. Per
mantenere gli attuali equilibri e rapporti di forza europei, soprattutto per il
contenimento della Russia, la Casa Bianca farà di tutto per non permettere
l’uscita. C’è invece chi pensa che in caso di vittoria di Donald Trump (diverse
sue dichiarazioni fanno pensare a un futuro disimpegno americano in Europa), la
Brexit sarà possibile. È una possibilità, ma non accadrà necessariamente. Il
fattore Washington, in ogni caso, potrà essere osservato meglio solo dopo
l’insediamento del nuovo Presidente. Per ora si può osservare l’insistenza con
cui il nuovo Primo Ministro, Theresa May, dice che non ci saranno ulteriori
ritardi, che la Brexit si farà, Londra inizierà la procedura d’uscita non
appena il Paese sarà pronto. Troppe rassicurazioni sui tempi per un
leader che volesse davvero applicare il risultato del referendum. Con un voto
non vincolante e una lady poco di ferro come Prime Minister, si passi il gioco di parole: this
Brexit May not happen. Anzi, prevale l’incertezza sul tipo di uscita. È
improbabile che il titubante governo May dia un taglio netto a Bruxelles,
rinunciando del tutto al mercato comune in cambio di piena sovranità, e
rischiando l’incertezza delle conseguenze. Se la Brexit arrivasse, l’uscita
parziale o soft sarebbe quella più verosimile
(una Brexit che mantenga il libero traffico di cittadini UE e merci). Nel caso
della permanenza, poi, bisognerà verificare fino a che punto gli USA
tollereranno l’uso della Gran Bretagna come hub
finanziario verso l’Europa da parte di altre potenze emergenti (che in ogni
caso potrebbero aprirsi altre vie nel continente, anche in concorrenza fra
loro). Quel che si deve notare, è che la Gran Bretagna è terreno di incontro,
scontro e negoziazione fra potenze, come altre regioni (e decisamente con più
violenza) in questa fase storica di transizione.
Gli altri eventi salienti sono stati il summit NATO a Varsavia
(8-9 luglio) e l’incontro trilaterale fra Merkel, Hollande e Renzi a Ventotene
(22 agosto). Partendo dal più recente, i tre leader hanno riaffermato la
volontà di andare avanti col progetto UE, nonostante tutto. Non si dia troppo peso
perciò a fugaci parole ribelli come quelle di Renzi al recente summit di
Bratislava (16 settembre), o in altre sedi: anche Alexis Tsipras in Grecia
aveva alzato la voce contro Bruxelles e varie istituzioni, inutilmente. Più
importante appare invece il primo evento, che vede la firma di una dichiarazione congiunta UE-NATO
per una maggiore integrazione e cooperazione fra le due organizzazioni.
Così, se qualcuno si aspettava uno tsunami che spazzasse via l’UE, questa è sopravvissuta appoggiandosi proprio sulla
NATO. Ne consegue un’Europa sempre più legata a interessi americani
e obbediente in diversi ambiti, tra cui: contrasto alle minacce ibride,
sicurezza e difesa cibernetica, interoperabilità militare, cooperazione
industriale, sicurezza e difesa dei Paesi partner in altri continenti. È dello
stesso avviso un recente articolo apparso su Foreign Affairs, una delle pubblicazioni più importanti del settore
e vicina a Washington. L’articolo, intitolato “The Return of Europe’s Nation-States” e
firmato da Jakub Grygiel, prevede uno scenario per cui, nel contesto della
crisi e indebolimento dell’UE, i singoli Paesi si rivolgeranno piuttosto alla
NATO per ottenere sicurezza e protezione dalle minacce percepite (ISIS e Russia), garantendo in cambio ciascuno il proprio
impegno nell’alleanza militare e lasciando l’UE in secondo piano, subordinata
alla NATO. Ne hanno parlato anche il Washington Post e il Manifesto.
La Brexit deriva certamente dal diffuso malcontento verso
l’Unione Europea, ma non ha messo in discussione il ruolo della NATO in
Europa, e di conseguenza non sta portando automaticamente a
un miglioramento delle istituzioni comunitarie o all’attuazione e tutela degli
interessi autoctoni dell’Europa, in quanto manca un solido progetto politico
davvero alternativo all’UE. I movimenti euroscettici europei non stanno
cogliendo la palla al balzo; anzi, la loro reazione alla Brexit si sta
dimostrando tiepida. Sarebbe necessaria una vera Unità
europea, fondata sulla solidarietà fra
le persone e fra i popoli, su modelli economici e di sviluppo lontani
dall’austerità della Merkel (tagli indiscriminati alla spesa pubblica, salari tenuti bassissimi, egemonia dei Paesi
creditori su quelli debitori) e dal liberoscambismo senza regole di tipo
anglosassone: tali modelli stanno compromettendo gravemente le diversità e la
millenaria ricchezza culturale del nostro continente (e potremmo arrivare a un
punto di non ritorno). Infine, l’Europa dovrebbe smettere di essere vassalla per diventare
indipendente nelle sue decisioni diplomatiche e strategiche, soprattutto
nei confronti dei vicini dell’Europa dell’Est - Eurasia, del Medio Oriente e
del Nord Africa, scartando assolutamente l’ipotesi di un solo mediatore
privilegiato, come il Regno Unito o la Francia. Pena, il perpetuarsi delle
attuali crisi politiche e umanitarie, che rischiano di trasformarsi in
conflitti ancora più grandi, e voluti da altri.

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