mercoledì 25 novembre 2015

Yukio Mishima (25.XI.1970 - 25.XI.2015)


  



La medesima contraddizione riscontrabile nell'arte si manifesta nei problemi della stessa esistenza dell'uomo. Nelle epoche e nelle forme di società in cui è impossibile agire liberamente e scoprire la forza, la durezza e lo splendore della propria vita attraverso il confronto diretto con la morte – ossia, per usare parole più esplicite, nei periodi in cui la società non ribolle di guerre, di esplorazioni e di avventure – con il prolungarsi di una situazione così stagnante gli istinti dovrebbero rivolgersi all'arte, insoddisfatti di ciò che essa può offrire, ne varcano immediatamente i limiti esprimendosi, com'è naturale, in violenta azione politica. Ci si stanca ben presto di una società troppo ordinata e, nauseati dalla realtà, si prova disgusto per lo sterile inferno rappresentato dalle grandi e animate metropoli sfavillanti di luci, tanto vagheggiate durante la guerra; si incomincia allora a detestare ogni ordina stabilito e ad amare le squallide rovine.


Si presenta quindi il problema dell'arte e della politica. A mio avviso, le esigenze a cui l'arte non ha saputo dare risposta traboccano infine nella sfera dell'esistenza e soprattutto nell'attività politica, che è l'azione più completa della vita umana. Un tempo l'attività politica si esprimeva anche in un modo diverso. Esistevano due forme di azione politica. L'una, in ossequio a una concezione mite e positiva era sollecita dell'ordine civile, tentava di conquistarsi la fiducia die cittadini, di mantenere stabilmente un equilibrio, e considerava tali obiettivi un dovere per ogni uomo politico che ritenesse necessario emendare con clemenza i difetti del popolo, suscitare il consenso ed ascoltare le diverse opinioni per rinnovare la società in un clima di quiete. L'altra forma di azione politica è la rivoluzione: risolvere d'un colpo con metodi violenti tutti i problemi in cu il popolo si dibatte a causa delle contraddizioni della società, sognare un ordine ideale, da instaurare dopo la rivoluzione. Ma una simile passione rivoluzionaria esige inequivocabilmente, quale premessa, l'esistenza di irrefrenabili tensioni vitali, di miseria, di terribili contraddizioni sociali, di particolari condizioni contingenti.


Nel nostro tempo, entrambe le forme di azione politica hanno finito con lo svilirsi reciprocamente. In realtà la figura di uomo politico ligio al mantenimento dell'ordine è degenerata nel simbolo di un tedioso e grigio conformismo, assolutamente privo di alcuna attrattiva. D'altra parte la passione rivoluzionaria ha dato inizio a un'azione violenta in un anarchismo caotico, non più supportato dalla necessaria presenza di atroci contraddizioni sociali o di un'effettiva miseria.

Si afferma che il nazismo sia stato una rivoluzione nichilista, ma in realtà esso non nacque semplicemente dall'insoddisfazione psichica della borghesia intellettuale, bensì si sviluppo su una base sociale, facendo leva sulla terribile crisi economica e sugli eserciti di disoccupati. Viceversa, la rivoluzione propugnata recentemente dagli studenti non è ispirata da alcun principio in grado di suscitare la simpatia delle masse. Eppure quest'idea rivoluzionaria si è propagata in tutto il mondo, trascinando nel vortice della confusione e della rivolta ogni paese.


Come si deduce dalla definizione «rivoluzione nichilista» riferita al nazismo, esiste la tendenza a proiettare nel mondo dell'azione concreta aspirazioni che andrebbero rivolte all'arte, comunque incapace di soddisfarle, e che nello stesso tempo riverbera le sue inquietudini esistenziali sulle angosce soiali; si tende allora a saggiare la vita producendo artificialmente uno scontro con la morte, a testimoniare tali esigenze con un'azione di lotta. Una simile artificiosa condotta politica non si limita al nazismo tedesco, ma si è diffusa in ogni parte del mondo. Essa è, come ho già affermato più volte, a trasformazione politica dell'arte, la metamorfosi artistica della politica.


Non so prevedere quali potranno esserne gli esiti, ma è ovvio che, se nella dimensione artistica uccidere un milione di persone significa solo eliminarle sulla carta, nell'ambito dell'azione reale un simile eccidio si configura come un crimine difficilmente cancellabile dalla storia dell'uomo. L'arte, dunque, appartiene a un sistema che risulta sempre innocente, mentre l'azione politica ha come suo principio fondamentale la responsabilità. E poiché l'azione politica è valutata soprattutto in base ai risultati, è ammesso anche un movente egoistico ed interessato, purché conduca a splendidi risultati; al contrario un'azione ispirata a un principio altamente etico, che tuttavia approdi a un esito atroce, non esime chi l'abbia compiuta dall'obbligo di assumersi le proprie responsabilità.


La situazione politica moderna ha introdotto nella sua sfera d'azione l'irresponsabilità dell'arte, riducendo la vita a un concetto assolutamente fittizio; ha trasformato la società in un teatro, il popolo in una massa di spettatori televisivi, e in definitiva ha prodotto la politicizzazione dell'arte: ormai l'azione politica non assurge più all'antico rigore della concretezza della responsabilità.


Le battaglie di fronte alle barricate nell'edificio di Yasuda, all'Università di Tōkyō, sucitarono l'interesse di una moltitudine di telespettatori, ormai stanchi dei soliti sceneggiati. Fu, come commentò un inglese, un gigantesco spettacoo. Gli attori di quel melodramma fecero testamento, scrissero sui muri «Moriremo magnificamente», ostentarono risolutezza all'atto estremo, ma nessuno morì, alzarono tutti le mani e si lasciarono catturare dalla polizia. Cadde il sipario, la gente dimenticò quella recita e tornò alla vita di sempre.


Alcuni giorni dopo, l'11 febbraio, l'anniversario della Costituzione, un giovane si uccise dandosi fuoco nell'oscurità del suo posto di lavoro, lontano da ogni sguardo e dalle telecamere. Fu un atto solenne, responsabile. In quel suicidio si rivela la forza dell'azione politica, a cui l'arte non potrà mai assurgere; ma essendo raro che la politica ragiunga una tale intensità, è ancora concesso all'arte di vantarsi della propria indipendenza e del proprio potere. Io sono uno di coloro che colsero nella spontaneità dell'atto di quel giovane suicida, Kozaburō Etō, un sogno, più precisamente la più veemente critica nei confronti della politica intesa come arte.

(Yukio Mishima, Lezioni spirituali per giovani samurai, 1970)







("Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E' bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l'esistenza di un valore superiore all'attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E' il Giappone! E' il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo", Y. Mishima, discorso prima del suicidio rituale)