La medesima contraddizione riscontrabile nell'arte si manifesta nei
problemi della stessa esistenza dell'uomo. Nelle epoche e nelle forme
di società in cui è impossibile agire liberamente e scoprire la
forza, la durezza e lo splendore della propria vita attraverso il
confronto diretto con la morte – ossia, per usare parole più
esplicite, nei periodi in cui la società non ribolle di guerre, di
esplorazioni e di avventure – con il prolungarsi di una situazione
così stagnante gli istinti dovrebbero rivolgersi all'arte,
insoddisfatti di ciò che essa può offrire, ne varcano
immediatamente i limiti esprimendosi, com'è naturale, in violenta
azione politica. Ci si stanca ben presto di una società troppo
ordinata e, nauseati dalla realtà, si prova disgusto per lo sterile
inferno rappresentato dalle grandi e animate metropoli sfavillanti di
luci, tanto vagheggiate durante la guerra; si incomincia allora a
detestare ogni ordina stabilito e ad amare le squallide rovine.
Si presenta quindi il problema dell'arte e della politica. A mio
avviso, le esigenze a cui l'arte non ha saputo dare risposta
traboccano infine nella sfera dell'esistenza e soprattutto
nell'attività politica, che è l'azione più completa della vita
umana. Un tempo l'attività politica si esprimeva anche in un modo
diverso. Esistevano due forme di azione politica. L'una, in ossequio
a una concezione mite e positiva era sollecita dell'ordine civile,
tentava di conquistarsi la fiducia die cittadini, di mantenere
stabilmente un equilibrio, e considerava tali obiettivi un dovere per
ogni uomo politico che ritenesse necessario emendare con clemenza i
difetti del popolo, suscitare il consenso ed ascoltare le diverse
opinioni per rinnovare la società in un clima di quiete. L'altra
forma di azione politica è la rivoluzione: risolvere d'un colpo con
metodi violenti tutti i problemi in cu il popolo si dibatte a causa
delle contraddizioni della società, sognare un ordine ideale, da
instaurare dopo la rivoluzione. Ma una simile passione rivoluzionaria
esige inequivocabilmente, quale premessa, l'esistenza di
irrefrenabili tensioni vitali, di miseria, di terribili
contraddizioni sociali, di particolari condizioni contingenti.
Nel nostro tempo, entrambe le forme di azione politica hanno finito
con lo svilirsi reciprocamente. In realtà la figura di uomo politico
ligio al mantenimento dell'ordine è degenerata nel simbolo di un
tedioso e grigio conformismo, assolutamente privo di alcuna
attrattiva. D'altra parte la passione rivoluzionaria ha dato inizio a
un'azione violenta in un anarchismo caotico, non più supportato
dalla necessaria presenza di atroci contraddizioni sociali o di
un'effettiva miseria.
Si afferma che il nazismo sia stato una rivoluzione nichilista, ma
in realtà esso non nacque semplicemente dall'insoddisfazione
psichica della borghesia intellettuale, bensì si sviluppo su una
base sociale, facendo leva sulla terribile crisi economica e sugli
eserciti di disoccupati. Viceversa, la rivoluzione propugnata
recentemente dagli studenti non è ispirata da alcun principio in
grado di suscitare la simpatia delle masse. Eppure quest'idea
rivoluzionaria si è propagata in tutto il mondo, trascinando nel
vortice della confusione e della rivolta ogni paese.
Come si deduce dalla definizione «rivoluzione
nichilista» riferita al nazismo, esiste la tendenza a proiettare nel
mondo dell'azione concreta aspirazioni che andrebbero rivolte
all'arte, comunque incapace di soddisfarle, e che nello stesso tempo
riverbera le sue inquietudini esistenziali sulle angosce soiali; si
tende allora a saggiare la vita producendo artificialmente uno
scontro con la morte, a testimoniare tali esigenze con un'azione di
lotta. Una simile artificiosa condotta politica non si limita al
nazismo tedesco, ma si è diffusa in ogni parte del mondo. Essa è,
come ho già affermato più volte, a trasformazione politica
dell'arte, la metamorfosi artistica della politica.
Non so prevedere quali potranno
esserne gli esiti, ma è ovvio che, se nella dimensione artistica
uccidere un milione di persone significa solo eliminarle sulla carta,
nell'ambito dell'azione reale un simile eccidio si configura come un
crimine difficilmente cancellabile dalla storia dell'uomo. L'arte,
dunque, appartiene a un sistema che risulta sempre innocente, mentre
l'azione politica ha come suo principio fondamentale la
responsabilità. E poiché l'azione politica è valutata soprattutto
in base ai risultati, è ammesso anche un movente egoistico ed
interessato, purché conduca a splendidi risultati; al contrario
un'azione ispirata a un principio altamente etico, che tuttavia
approdi a un esito atroce, non esime chi l'abbia compiuta
dall'obbligo di assumersi le proprie responsabilità.
La situazione politica moderna
ha introdotto nella sua sfera d'azione l'irresponsabilità dell'arte,
riducendo la vita a un concetto assolutamente fittizio; ha
trasformato la società in un teatro, il popolo in una massa di
spettatori televisivi, e in definitiva ha prodotto la
politicizzazione dell'arte: ormai l'azione politica non assurge più
all'antico rigore della concretezza della responsabilità.
Le battaglie di fronte alle
barricate nell'edificio di Yasuda, all'Università di Tōkyō,
sucitarono l'interesse di una moltitudine di telespettatori, ormai
stanchi dei soliti sceneggiati. Fu, come commentò un inglese, un
gigantesco spettacoo. Gli attori di quel melodramma fecero
testamento, scrissero sui muri «Moriremo magnificamente»,
ostentarono risolutezza all'atto estremo, ma nessuno morì, alzarono
tutti le mani e si lasciarono catturare dalla polizia. Cadde il
sipario, la gente dimenticò quella recita e tornò alla vita di
sempre.
Alcuni giorni dopo, l'11
febbraio, l'anniversario della Costituzione, un giovane si uccise
dandosi fuoco nell'oscurità del suo posto di lavoro, lontano da ogni
sguardo e dalle telecamere. Fu un atto solenne, responsabile. In quel
suicidio si rivela la forza dell'azione politica, a cui l'arte non
potrà mai assurgere; ma essendo raro che la politica ragiunga una
tale intensità, è ancora concesso all'arte di vantarsi della
propria indipendenza e del proprio potere. Io sono uno di coloro che
colsero nella spontaneità dell'atto di quel giovane suicida,
Kozaburō Etō, un sogno, più precisamente la più veemente critica
nei confronti della politica intesa come arte.
(Yukio Mishima, Lezioni spirituali per giovani samurai, 1970)
("Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E' bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l'esistenza di un valore superiore all'attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E' il Giappone! E' il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo", Y. Mishima, discorso prima del suicidio rituale)