«Similmente, il capo della Cia, Georgie Tenet, ha dichiarato alla Commissione del Senato per i Servizi Segreti (l'11 febbraio 2003) che l'Iran rimaneva un serio problema, per via del suo sostegno al terrorismo – esattamente le stesse imputazioni che hanno indotto l'America a invadere l'Iraq. Secondo una giornalista, questa militarizzazione della politica rende il governo statunitense "sempre più dipendente dal suo esercito per gestire i propri affari esteri", il che a sua vol...ta convince Thomas Powers che "la conseguenza appare chiara: prima l'Iraq, a seguire l'Iran". Secondo Paul Krugman del "New York Times", un funzionario britannico in stretto contatto con l'amministrazione Bush avrebbe rivelato che "tutti vogliono andare a Baghdad. I veri machi vogliono andare a Teheran".
Israele, sotto la guida del primo ministro Ariel Sharon, condivide questa prospettiva. Ranan Lurie del "Center for Strategic and International Studies" di Washington spiega così il punto di vista di Sharon: "È inconcepibile che [gli Stati Uniti] attacchino l'Iraq, vincano, ne distruggano laboratori e arsenali di armi non convenzionali, tornino a casa per la tradizionale parata sul Wilshire Boulevard e se ne vadano al mare, con l'Iran ancora lì. Immaginate un neurochirurgo che trapani il cranio di un paziente affetto da due tumori maligni, e ne asporti uno solo. La logica dice che, già che sei in quel cranio, quella stessa incisione deve servire ad asportare anche il secondo tumore". A incentivare la spirale di questa logica, nel marzo 2003 l'Iran ha a sua volta annunciato di aver intrapreso (come la Corea del Nord) un suo programma di sviluppo di risorse nucleari potenzialmente atte a produrre plutonio a uso militare, mentre il presidente siriano Bashar al-Assad dichiarava che l'obiettivo della guerra in Iraq era "ridisegnare la geografia dell'intera regione", e che la Siria era anch'essa tra i potenziali obiettivi. Nel frattempo, alcuni dei conservatori che avevano fatto pressioni per la guerra in Iraq stavano "già puntano al passo successivo, forse più in là ancora di quanto il presidente stesso intenda andare", definendo l'Iraq il prodromo di una "quarta guerra mondiale" (la guerra fredda essendo stata, a loro avviso, la terza).»
Israele, sotto la guida del primo ministro Ariel Sharon, condivide questa prospettiva. Ranan Lurie del "Center for Strategic and International Studies" di Washington spiega così il punto di vista di Sharon: "È inconcepibile che [gli Stati Uniti] attacchino l'Iraq, vincano, ne distruggano laboratori e arsenali di armi non convenzionali, tornino a casa per la tradizionale parata sul Wilshire Boulevard e se ne vadano al mare, con l'Iran ancora lì. Immaginate un neurochirurgo che trapani il cranio di un paziente affetto da due tumori maligni, e ne asporti uno solo. La logica dice che, già che sei in quel cranio, quella stessa incisione deve servire ad asportare anche il secondo tumore". A incentivare la spirale di questa logica, nel marzo 2003 l'Iran ha a sua volta annunciato di aver intrapreso (come la Corea del Nord) un suo programma di sviluppo di risorse nucleari potenzialmente atte a produrre plutonio a uso militare, mentre il presidente siriano Bashar al-Assad dichiarava che l'obiettivo della guerra in Iraq era "ridisegnare la geografia dell'intera regione", e che la Siria era anch'essa tra i potenziali obiettivi. Nel frattempo, alcuni dei conservatori che avevano fatto pressioni per la guerra in Iraq stavano "già puntano al passo successivo, forse più in là ancora di quanto il presidente stesso intenda andare", definendo l'Iraq il prodromo di una "quarta guerra mondiale" (la guerra fredda essendo stata, a loro avviso, la terza).»

