martedì 14 febbraio 2017

Benjamin Barber sulla guerra in Iraq e sull'Iran

«Similmente, il capo della Cia, Georgie Tenet, ha dichiarato alla Commissione del Senato per i Servizi Segreti (l'11 febbraio 2003) che l'Iran rimaneva un serio problema, per via del suo sostegno al terrorismo – esattamente le stesse imputazioni che hanno indotto l'America a invadere l'Iraq. Secondo una giornalista, questa militarizzazione della politica rende il governo statunitense "sempre più dipendente dal suo esercito per gestire i propri affari esteri", il che a sua vol...ta convince Thomas Powers che "la conseguenza appare chiara: prima l'Iraq, a seguire l'Iran". Secondo Paul Krugman del "New York Times", un funzionario britannico in stretto contatto con l'amministrazione Bush avrebbe rivelato che "tutti vogliono andare a Baghdad. I veri machi vogliono andare a Teheran".
Israele, sotto la guida del primo ministro Ariel Sharon, condivide questa prospettiva. Ranan Lurie del "Center for Strategic and International Studies" di Washington spiega così il punto di vista di Sharon: "È inconcepibile che [gli Stati Uniti] attacchino l'Iraq, vincano, ne distruggano laboratori e arsenali di armi non convenzionali, tornino a casa per la tradizionale parata sul Wilshire Boulevard e se ne vadano al mare, con l'Iran ancora lì. Immaginate un neurochirurgo che trapani il cranio di un paziente affetto da due tumori maligni, e ne asporti uno solo. La logica dice che, già che sei in quel cranio, quella stessa incisione deve servire ad asportare anche il secondo tumore". A incentivare la spirale di questa logica, nel marzo 2003 l'Iran ha a sua volta annunciato di aver intrapreso (come la Corea del Nord) un suo programma di sviluppo di risorse nucleari potenzialmente atte a produrre plutonio a uso militare, mentre il presidente siriano Bashar al-Assad dichiarava che l'obiettivo della guerra in Iraq era "ridisegnare la geografia dell'intera regione", e che la Siria era anch'essa tra i potenziali obiettivi. Nel frattempo, alcuni dei conservatori che avevano fatto pressioni per la guerra in Iraq stavano "già puntano al passo successivo, forse più in là ancora di quanto il presidente stesso intenda andare", definendo l'Iraq il prodromo di una "quarta guerra mondiale" (la guerra fredda essendo stata, a loro avviso, la terza).»

Benjamin R. Barber, L'Impero della paura. Potenza e impotenza dell'America nel nuovo millennio, Torino: Einaudi, 2004, pp. 70-71.








venerdì 10 febbraio 2017

Brexit: l’Europa fra ordine atlantico e multipolarismo


Di E.S. Garcia

(Questo articolo è di settembre-ottobre 2016, scritto senza riuscire purtroppo a farlo pubbicare. Ho scelto di condividerlo qui senza aggiornamenti, a mo' di archivio: così si può misurare com'è cambiata la situazione nel frattempo e dove mi sono sbagliato. In attesa del prossimo articolo...)


Il risultato del referendum del 23 giugno per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è l’ennesima bocciatura del progetto politico di Bruxelles. Il popolo britannico si è espresso chiaramente: vuole l’uscita dall’UE. Professionisti dell’informazione, o presunti tali, non hanno aspettato prima di analizzare con calma l’evento, preferendo invece, salvo rare eccezioni, delegittimare gli elettori della Gran Bretagna in ogni modo possibile.

Sul risultato hanno influito molti fattori, che dovranno essere esaminati con cura in altre sedi (storica, sociologica…): scarsa affluenza dei più giovani, vuoi anche un po’ di nostalgia di un passato imperiale e coloniale nei più anziani (oppure semplicemente un senso di rivalità col resto del continente); probabilmente qualcuno dalle urne pensava persino di dare un colpo alla globalizzazione. Tutto parzialmente vero. Non bisogna abbandonare però uno sguardo più ampio. La gestazione della Brexit ha avuto luogo nel 2010-15, con le crisi dei debiti dei cosiddetti PIIGS (acronimo dispregiativo che indica Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) e la loro pessima gestione da parte dell’UE. La causa pro-Leave (l’uscita) si è presentata come critica di quanto avvenuto. A ciò si aggiunga la grande paura del Regno Unito di perdere la propria sovranità in diversi ambiti di decisione (accordi commerciali bilaterali con altri paesi, immigrazione, politica monetaria, difesa…), argomento sensibile già dai tempi di Margaret Thatcher (persistente riferimento ideologico, la Iron Lady, nelle campagne di Nigel Farage, non solo in UK).

Conviene, inoltre, guardare agli eventi focali dell’estate appena passata per comprendere meglio la Brexit. Lo stesso giorno del referendum si è tenuto in Uzbekistan il XVI summit dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO, Shanghai Cooperation Organization, che conta due nuovi membri: India e Pakistan, grazie alla mediazione di Russia e Cina). La regione eurasiatica è attraversata da nuovi fermenti, organizzazioni e iniziative (la stessa SCO, l’Unione Economica Eurasiatica, la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, i progetti per una nuova Via della Seta, come “One Belt, One Road”). In breve, il Regno Unito ha capito l’attuale perdita di terreno geopolitico da parte degli USA e alleati, per questo non vuole lasciarsi sfuggire gli investimenti di vecchi e nuovi mercati. Oltre al riavvicinamento al Commonwealth e ad altre ex colonie, sono già stati stretti alcuni accordi finanziari fra Londra e Pechino, e gli incontri fra l’ormai ex Primo Ministro britannico David Cameron e il Presidente della Cina Xi Jinping erano diventati molto frequenti. Per la Cina si prospetta la possibilità di servirsi di Londra come nuovo snodo finanziario internazionale per i capitali estasiatici e per il primo titolo di Stato cinese emesso per il mercato estero. Capitali da investire in Europa, servendosi della City come ponte per raggiungerla. Lo stesso discorso vale anche per l’India, che d’altronde gode di rapporti di più lunga data con Sua Maestà.

È importante sottolineare, però, la situazione paradossale in cui si trova la politica estera britannica dopo la Brexit: è evidente che la Gran Bretagna guarda, questo sì, verso altri lidi; il colosso cinese, però, ha instaurato nei limiti del possibile una golden relationship con Londra proprio per il fatto che la City rappresenta uno dei Ventotto dell’UE. Si giustifica così la dura reazione sulle colonne del Global Times (vicino al Partito Comunista Cinese) nei confronti del referendum: con il Regno Unito fuori dall’Unione diventerebbe più complicato (anche se non impossibile, certamente) per la Cina inserirsi in Europa. Un dettaglio fondamentale da tenere presente, è che uno dei fautori di queste buone relazioni, George Osbourne, non è stato riconfermato nel ruolo di Ministro degli Esteri britannico. Al suo posto è stato nominato Boris Johnson, che potrebbe adottare una retorica anti-cinese come quella di Donald Trump. Intervistato dal Guardian, Steve Tsang, esperto della Cina presso la University of Nottingham, ha osservato che senza Osbourne (e il suo primo ministro Cameron) l’edificio di buone relazioni anglo-cinesi potrebbe essere compromesso o cambiare forma. Così, da parte del Governo britannico, potrebbe prevalere non tanto la volontà di rispettare il referendum, quanto la Realpolitik. Si veda il recente comportamento del Ministro Johnson: da un lato, egli si dimostra ancora poco indipendente da Washington nello scagliarsi contro la Russia in merito alla situazione in Siria, peggiorando la situazione; dall’altro, spinge per l’ingresso della Turchia nell’UE, dimostrando che Londra ha ancora degli interessi sul continente. Cina e India, dal canto loro, potrebbero voler negoziare una permanenza del Regno nell’Unione Europea.

Anche gli Stati Uniti, d’altra parte, vogliono che il proprio principale alleato in Europa stia al suo posto. Obama è sempre stato contrario alla Brexit, così come le istituzioni finanziarie di Washington e Londra. Per mantenere gli attuali equilibri e rapporti di forza europei, soprattutto per il contenimento della Russia, la Casa Bianca farà di tutto per non permettere l’uscita. C’è invece chi pensa che in caso di vittoria di Donald Trump (diverse sue dichiarazioni fanno pensare a un futuro disimpegno americano in Europa), la Brexit sarà possibile. È una possibilità, ma non accadrà necessariamente. Il fattore Washington, in ogni caso, potrà essere osservato meglio solo dopo l’insediamento del nuovo Presidente. Per ora si può osservare l’insistenza con cui il nuovo Primo Ministro, Theresa May, dice che non ci saranno ulteriori ritardi, che la Brexit si farà, Londra inizierà la procedura d’uscita non appena il Paese sarà pronto. Troppe rassicurazioni sui tempi per un leader che volesse davvero applicare il risultato del referendum. Con un voto non vincolante e una lady poco di ferro come Prime Minister, si passi il gioco di parole: this Brexit May not happen. Anzi, prevale l’incertezza sul tipo di uscita. È improbabile che il titubante governo May dia un taglio netto a Bruxelles, rinunciando del tutto al mercato comune in cambio di piena sovranità, e rischiando l’incertezza delle conseguenze. Se la Brexit arrivasse, l’uscita parziale o soft sarebbe quella più verosimile (una Brexit che mantenga il libero traffico di cittadini UE e merci). Nel caso della permanenza, poi, bisognerà verificare fino a che punto gli USA tollereranno l’uso della Gran Bretagna come hub finanziario verso l’Europa da parte di altre potenze emergenti (che in ogni caso potrebbero aprirsi altre vie nel continente, anche in concorrenza fra loro). Quel che si deve notare, è che la Gran Bretagna è terreno di incontro, scontro e negoziazione fra potenze, come altre regioni (e decisamente con più violenza) in questa fase storica di transizione.

Gli altri eventi salienti sono stati il summit NATO a Varsavia (8-9 luglio) e l’incontro trilaterale fra Merkel, Hollande e Renzi a Ventotene (22 agosto). Partendo dal più recente, i tre leader hanno riaffermato la volontà di andare avanti col progetto UE, nonostante tutto. Non si dia troppo peso perciò a fugaci parole ribelli come quelle di Renzi al recente summit di Bratislava (16 settembre), o in altre sedi: anche Alexis Tsipras in Grecia aveva alzato la voce contro Bruxelles e varie istituzioni, inutilmente. Più importante appare invece il primo evento, che vede la firma di una dichiarazione congiunta UE-NATO per una maggiore integrazione e cooperazione fra le due organizzazioni. Così, se qualcuno si aspettava uno tsunami che spazzasse via l’UE, questa è sopravvissuta appoggiandosi proprio sulla NATO. Ne consegue un’Europa sempre più legata a interessi americani e obbediente in diversi ambiti, tra cui: contrasto alle minacce ibride, sicurezza e difesa cibernetica, interoperabilità militare, cooperazione industriale, sicurezza e difesa dei Paesi partner in altri continenti. È dello stesso avviso un recente articolo apparso su Foreign Affairs, una delle pubblicazioni più importanti del settore e vicina a Washington. L’articolo, intitolato “The Return of Europe’s Nation-States” e firmato da Jakub Grygiel, prevede uno scenario per cui, nel contesto della crisi e indebolimento dell’UE, i singoli Paesi si rivolgeranno piuttosto alla NATO per ottenere sicurezza e protezione dalle minacce percepite (ISIS e Russia), garantendo in cambio ciascuno il proprio impegno nell’alleanza militare e lasciando l’UE in secondo piano, subordinata alla NATO. Ne hanno parlato anche il Washington Post e il Manifesto.

La Brexit deriva certamente dal diffuso malcontento verso l’Unione Europea, ma non ha messo in discussione il ruolo della NATO in Europa, e di conseguenza non sta portando automaticamente a un miglioramento delle istituzioni comunitarie o all’attuazione e tutela degli interessi autoctoni dell’Europa, in quanto manca un solido progetto politico davvero alternativo all’UE. I movimenti euroscettici europei non stanno cogliendo la palla al balzo; anzi, la loro reazione alla Brexit si sta dimostrando tiepida. Sarebbe necessaria una vera Unità europea, fondata sulla solidarietà fra le persone e fra i popoli, su modelli economici e di sviluppo lontani dall’austerità della Merkel (tagli indiscriminati alla spesa pubblica, salari tenuti bassissimi, egemonia dei Paesi creditori su quelli debitori) e dal liberoscambismo senza regole di tipo anglosassone: tali modelli stanno compromettendo gravemente le diversità e la millenaria ricchezza culturale del nostro continente (e potremmo arrivare a un punto di non ritorno). Infine, l’Europa dovrebbe smettere di essere vassalla per diventare indipendente nelle sue decisioni diplomatiche e strategiche, soprattutto nei confronti dei vicini dell’Europa dell’Est - Eurasia, del Medio Oriente e del Nord Africa, scartando assolutamente l’ipotesi di un solo mediatore privilegiato, come il Regno Unito o la Francia. Pena, il perpetuarsi delle attuali crisi politiche e umanitarie, che rischiano di trasformarsi in conflitti ancora più grandi, e voluti da altri.

giovedì 9 febbraio 2017

In risposta a "La decomposizione della sinistra e la nazione"

In risposta a: http://www.radiciefuturo.com/blog/2017/02/04/la-decomposizione-della-sinistra-e-la-nazione/

Salve,
Mi trovo molto d'accordo con l'articolo su alcuni punti. A tal proposito, mi permetto di condividere una divertente traccia trovata su Soundcloud e un articolo su Foucault (per quando avrà tempo):




Venendo al merito dell'articolo. D'accordissimo sul trionfo nella storia del capitale globale, non ci sono dubbi su questo. Mi sarebbe piaciuto vedere, però, un riferimento all'apparato militare di questo imperialismo, cioè la NATO.

Lo dico perché in Europa dell'Est il sentimento nazionale (legittimo quanto vogliamo) viene usato ora per rafforzare il fianco est dell'Alleanza Atlantica, rafforzando di conseguenza la presenza militare americana sul continente (di pari passo con quella economica). Mi riferisco soprattutto a Ucraina e Polonia. Quest'ultima, curiosamente allo stesso tempo anti-UE e anti-russa/pro-NATO, sceglie a quanto pare quello che viene visto come "male minore", in quanto ha ospitato il summit NATO del 2016 a Varsavia (!). Potrei citare anche le feroci divisioni nazionaliste in Jugoslavia, di cui ha approfittato il potere imperialista USA per imporre il proprio "ordine", o l'interventismo - secondo l'interesse "nazionale" - di Francia e Regno Unito in Nordafrica e nel Medio Oriente (dall'accordo Sykes-Picot fino ad oggi). Questi casi mi sembrano una riproposizione sul piano geopolitico dell'individualismo radicale tipico della presente fase storica.

Sicuramente la Patria (termine che preferisco), è il luogo geografico politico per eccellenza (prima delle realtà internazionali, appena sopra lo Stato e la Società). "Politico" qui inteso nel senso più genuino (Platone, Aristotele, Agostino), come costruzione di una vera comunità in funzione del Bene. Difficile attaccare, anche, quei casi dove il sentimento nazionale/patriottico è servito a difendere le risorse di un Paese (come nel caso dell'Iran). Non cerco, perciò, di satanizzare l'idea di nazione, ma propongo che si vada oltre questo concetto.

Penso all'idea bolivariana in America Latina (anche qui l'imperialismo non si è fatto scrupoli di far leva su suddivisioni geografiche e rivalse nazionaliste). Oppure ancora, all'idea di Grande Spazio (Schmitt), inteso come spazio coerente per geografia, storia e cultura, e soprattutto: retto dal nomos della terra (e non da quello marittimo-mercantile). L'Europa - nella sua accezione più larga (GeRussia, Eurasia...) - ha come poche regioni il potenziale per costituirsi come Grande Spazio, affrancandosi dagli interessi dell'Atlantico, sia per la sua geografia, che per la sua storia e cultura. E' così anche per la religione, anche se qui ci sono complicazioni (complice quella post-verità che Lei giustamente cita) su cui non mi dilungo. Il problema, chiaramente, è che ora come ora, guardando alla realtà fattuale, mancano la volontà e la concreta forza politica per gettare nella pattumiera l'UE e la NATO, per costruire al loro posto qualcosa di nuovo, giusto e semplicemente altro. Ma non credo che un progetto simile sia fuori dalla portata delle capacità della grande civiltà europea.

Ho provato a condividere qui il mio punto di vista, anche se discordante su una questione centrale del Suo articolo (che comunque ho apprezzato molto, anche per i rimandi bibliografici). La ringrazio per la pazienza nel leggere.

Cordiali saluti,

@Sal_T_S

giovedì 24 marzo 2016

La crisi del mondo moderno (pt. II)






Si dice che l'Occidente moderno è cristiano, ma è un errore: lo spirito moderno è anticristiano, perché esso è essenzialmente antireligioso, perché, più in generale, esso è antitradizionale. Ciò costituisce il suo carattere proprio, ciò lo fa essere quel che è. Certo, alcunché del Cristianesimo penetra fin nella vita anticristiana della nostra epoca; i rappresentanti più "spinti" della quale - come essi dicono nel loro gergo - non hanno potuto fare a meno di esimersi dal subire, e dal continuare a subire, involontariamente e forse inconscientemente, una certa influenza cristiana, almeno indiretta. Ciò, perché una rottura col passato, per radicale che sia, non può esser mai assoluta e tale da sopprimere ogni continuità. Noi andiamo perfino più oltre e diremo che tutto quel che può esservi di valido nel mondo moderno è venuto ad esso dal Cristianesimo, o almeno attraverso il Cristianesimo, il quale ha raccolto l'eredità delle tradizioni precedenti, l'ha conservata in modo vivente nella misura in cui le condizioni dell'Occidente glielo hanno permesso, e di tali tradizioni contiene sempre in sé le possibilità latenti.
Ma perfino fra quanti si dicono cristiani, vi è oggi chi ha ancora la coscienza effettiva di tali possibilità? Dove sono, nello stesso Cattolicesimo, le persone che conoscono il senso profondo della dottrina da esse professata esteriormente, le persone che non si limitano a "credere" in modo più o meno superficiale, e più col sentimento che non con l'intelligenza, ma che "conoscono" realmente la verità della tradizione religiosa che esse considerano di loro pertinenza? Noi vorremmo aver la prova che, malgrado tutto, di tali persone qualcuna ne esista, perché ciò significherebbe per l'Occidente la più grande e forse la sola speranza di salvezza; ma noi dobbiamo confessare che finora noi non ne abbiamo potuta incontrare. Si deve supporre che esse, come certi sapienti orientali, si tengono nascoste in qualche ritiro quasi inaccessibile, ovvero bisogna abbandonare anche quest'ultima speranza?
L'Occidente è stato cristiano nel Medioevo, ma non lo è più. Può divenirlo di nuovo? Nessuno lo spera più di noi, come nessuno di noi potrà augurarsi che ciò accada assai prima di quel che non faccia pensare quanto vediamo d'intorno. Ma non ci si illuda: un tale momento sarà anche quello in cui il mondo moderno come tale avrà cessato d'esistere.

(René Guénon, La crisi del mondo moderno, Roma: Edizioni mediterranee, 2015 (1937), pp. 148-149)




[Buona Pasqua a tutti]

martedì 22 marzo 2016

La crisi del mondo moderno (pt. I)





È detto nel Vangelo: "Chi di spada ferisce, di spada perisce" [Matteo, 26, 52]; chi ha scatenato le forze brute della materia perirà schiacciato da queste stesse forze, di cui ha cessato di essere davvero il signore dal momento in cui le ha messe imprudentemente in moto e di cui egli non può nemmeno presumere di frenare indefinitamente la marcia fatale. Forze della natura o forze delle masse umane, o le une e le altre insieme, poco importa; son sempre le leggi della materia che qui agiscono ed esse travolgono inesorabilmente chi ha creduto di dominarle senza essersi elevato di là dalla materia. L'Evangelio dice in più "Ogni casa divisa in se stessa crollerà" [Luca, 11, 17]. Questo detto si applica a perfezione al mondo moderno, con la sua civilizzazione materiale che, per la sua stessa natura, non può che suscitar dovunque lotte e divisioni. La conclusione è fin troppo facile a trarsi e non occorre passare ad altre considerazioni per predire, senza tema di errore, che questo mondo va incontro ad una fine tragica, a meno che un cambiamento radicale, sviluppatesi fino ad una vera e propria revulsione, non si produca a breve scadenza.

[...]

Bisogna dichiararlo francamente, senza cercar vane conciliazioni: fra lo spirito religioso nel senso vero della parola e lo spirito moderno può solo esservi antagonismo. Ogni compromesso riuscirà solo ad indebolire il primo e tornerà a vantaggio del secondo, la cui ostilità non per questo risulterà disarmata, poiché esso può solo tendere a distruggere completamente quel che, nell'umano, riflette una realtà superiore all'umano.

(René Guénon, La crisi del mondo moderno, Roma: Edizioni mediterranee, 2015 (1937), pp. 147-148)

martedì 23 febbraio 2016

Der Waldgang

 http://www.androgon.com/wp-content/uploads/2011/04/preussischer-anarchist-ernst-juenger.jpg




Il Ribelle è il singolo, l'uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui sopravviva qualche purezza, tutto diventa semplice. Abbiamo visto che la grande esperienza del bosco è l'incontro con il proprio io, con il nucleo inviolabile, l'essenza di cui si nutre il fenomeno temporale e individuale. Anche sul piano morale, questo incontro così importante sia nel guarire sia nel fugare la paura ha un valore altissimo. Porta verso quello strato sul quale poggia l'intera vita sociale e che sin dalle origini è sotteso a ogni comunità. E verso quell'essere umano che costituisce il fondamento di ogni elemento individuale e da cui s'irradiano le individuazioni. In questa zona non ritroviamo soltanto la comunanza: qui c'è l'identità. È questo che si profila nel simbolo dell'abbraccio. L'io si riconosce nell'altro - secondo la formula antichissima: «Tu sei quello!». L'altro può essere la persona amata, e anche il fratello, il dolente, lo sprovveduto. L'io che gli porge aiuto s'innalza nell'imperituro. Qui si consolida la struttura che è a fondamento del mondo.

Ernst Jünger, Trattato del Ribelle

mercoledì 25 novembre 2015

Yukio Mishima (25.XI.1970 - 25.XI.2015)


  



La medesima contraddizione riscontrabile nell'arte si manifesta nei problemi della stessa esistenza dell'uomo. Nelle epoche e nelle forme di società in cui è impossibile agire liberamente e scoprire la forza, la durezza e lo splendore della propria vita attraverso il confronto diretto con la morte – ossia, per usare parole più esplicite, nei periodi in cui la società non ribolle di guerre, di esplorazioni e di avventure – con il prolungarsi di una situazione così stagnante gli istinti dovrebbero rivolgersi all'arte, insoddisfatti di ciò che essa può offrire, ne varcano immediatamente i limiti esprimendosi, com'è naturale, in violenta azione politica. Ci si stanca ben presto di una società troppo ordinata e, nauseati dalla realtà, si prova disgusto per lo sterile inferno rappresentato dalle grandi e animate metropoli sfavillanti di luci, tanto vagheggiate durante la guerra; si incomincia allora a detestare ogni ordina stabilito e ad amare le squallide rovine.


Si presenta quindi il problema dell'arte e della politica. A mio avviso, le esigenze a cui l'arte non ha saputo dare risposta traboccano infine nella sfera dell'esistenza e soprattutto nell'attività politica, che è l'azione più completa della vita umana. Un tempo l'attività politica si esprimeva anche in un modo diverso. Esistevano due forme di azione politica. L'una, in ossequio a una concezione mite e positiva era sollecita dell'ordine civile, tentava di conquistarsi la fiducia die cittadini, di mantenere stabilmente un equilibrio, e considerava tali obiettivi un dovere per ogni uomo politico che ritenesse necessario emendare con clemenza i difetti del popolo, suscitare il consenso ed ascoltare le diverse opinioni per rinnovare la società in un clima di quiete. L'altra forma di azione politica è la rivoluzione: risolvere d'un colpo con metodi violenti tutti i problemi in cu il popolo si dibatte a causa delle contraddizioni della società, sognare un ordine ideale, da instaurare dopo la rivoluzione. Ma una simile passione rivoluzionaria esige inequivocabilmente, quale premessa, l'esistenza di irrefrenabili tensioni vitali, di miseria, di terribili contraddizioni sociali, di particolari condizioni contingenti.


Nel nostro tempo, entrambe le forme di azione politica hanno finito con lo svilirsi reciprocamente. In realtà la figura di uomo politico ligio al mantenimento dell'ordine è degenerata nel simbolo di un tedioso e grigio conformismo, assolutamente privo di alcuna attrattiva. D'altra parte la passione rivoluzionaria ha dato inizio a un'azione violenta in un anarchismo caotico, non più supportato dalla necessaria presenza di atroci contraddizioni sociali o di un'effettiva miseria.

Si afferma che il nazismo sia stato una rivoluzione nichilista, ma in realtà esso non nacque semplicemente dall'insoddisfazione psichica della borghesia intellettuale, bensì si sviluppo su una base sociale, facendo leva sulla terribile crisi economica e sugli eserciti di disoccupati. Viceversa, la rivoluzione propugnata recentemente dagli studenti non è ispirata da alcun principio in grado di suscitare la simpatia delle masse. Eppure quest'idea rivoluzionaria si è propagata in tutto il mondo, trascinando nel vortice della confusione e della rivolta ogni paese.


Come si deduce dalla definizione «rivoluzione nichilista» riferita al nazismo, esiste la tendenza a proiettare nel mondo dell'azione concreta aspirazioni che andrebbero rivolte all'arte, comunque incapace di soddisfarle, e che nello stesso tempo riverbera le sue inquietudini esistenziali sulle angosce soiali; si tende allora a saggiare la vita producendo artificialmente uno scontro con la morte, a testimoniare tali esigenze con un'azione di lotta. Una simile artificiosa condotta politica non si limita al nazismo tedesco, ma si è diffusa in ogni parte del mondo. Essa è, come ho già affermato più volte, a trasformazione politica dell'arte, la metamorfosi artistica della politica.


Non so prevedere quali potranno esserne gli esiti, ma è ovvio che, se nella dimensione artistica uccidere un milione di persone significa solo eliminarle sulla carta, nell'ambito dell'azione reale un simile eccidio si configura come un crimine difficilmente cancellabile dalla storia dell'uomo. L'arte, dunque, appartiene a un sistema che risulta sempre innocente, mentre l'azione politica ha come suo principio fondamentale la responsabilità. E poiché l'azione politica è valutata soprattutto in base ai risultati, è ammesso anche un movente egoistico ed interessato, purché conduca a splendidi risultati; al contrario un'azione ispirata a un principio altamente etico, che tuttavia approdi a un esito atroce, non esime chi l'abbia compiuta dall'obbligo di assumersi le proprie responsabilità.


La situazione politica moderna ha introdotto nella sua sfera d'azione l'irresponsabilità dell'arte, riducendo la vita a un concetto assolutamente fittizio; ha trasformato la società in un teatro, il popolo in una massa di spettatori televisivi, e in definitiva ha prodotto la politicizzazione dell'arte: ormai l'azione politica non assurge più all'antico rigore della concretezza della responsabilità.


Le battaglie di fronte alle barricate nell'edificio di Yasuda, all'Università di Tōkyō, sucitarono l'interesse di una moltitudine di telespettatori, ormai stanchi dei soliti sceneggiati. Fu, come commentò un inglese, un gigantesco spettacoo. Gli attori di quel melodramma fecero testamento, scrissero sui muri «Moriremo magnificamente», ostentarono risolutezza all'atto estremo, ma nessuno morì, alzarono tutti le mani e si lasciarono catturare dalla polizia. Cadde il sipario, la gente dimenticò quella recita e tornò alla vita di sempre.


Alcuni giorni dopo, l'11 febbraio, l'anniversario della Costituzione, un giovane si uccise dandosi fuoco nell'oscurità del suo posto di lavoro, lontano da ogni sguardo e dalle telecamere. Fu un atto solenne, responsabile. In quel suicidio si rivela la forza dell'azione politica, a cui l'arte non potrà mai assurgere; ma essendo raro che la politica ragiunga una tale intensità, è ancora concesso all'arte di vantarsi della propria indipendenza e del proprio potere. Io sono uno di coloro che colsero nella spontaneità dell'atto di quel giovane suicida, Kozaburō Etō, un sogno, più precisamente la più veemente critica nei confronti della politica intesa come arte.

(Yukio Mishima, Lezioni spirituali per giovani samurai, 1970)







("Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! E' bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l'esistenza di un valore superiore all'attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! E' il Giappone! E' il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo", Y. Mishima, discorso prima del suicidio rituale)