giovedì 24 marzo 2016
La crisi del mondo moderno (pt. II)
Si dice che l'Occidente moderno è cristiano, ma è un errore: lo spirito moderno è anticristiano, perché esso è essenzialmente antireligioso, perché, più in generale, esso è antitradizionale. Ciò costituisce il suo carattere proprio, ciò lo fa essere quel che è. Certo, alcunché del Cristianesimo penetra fin nella vita anticristiana della nostra epoca; i rappresentanti più "spinti" della quale - come essi dicono nel loro gergo - non hanno potuto fare a meno di esimersi dal subire, e dal continuare a subire, involontariamente e forse inconscientemente, una certa influenza cristiana, almeno indiretta. Ciò, perché una rottura col passato, per radicale che sia, non può esser mai assoluta e tale da sopprimere ogni continuità. Noi andiamo perfino più oltre e diremo che tutto quel che può esservi di valido nel mondo moderno è venuto ad esso dal Cristianesimo, o almeno attraverso il Cristianesimo, il quale ha raccolto l'eredità delle tradizioni precedenti, l'ha conservata in modo vivente nella misura in cui le condizioni dell'Occidente glielo hanno permesso, e di tali tradizioni contiene sempre in sé le possibilità latenti.
Ma perfino fra quanti si dicono cristiani, vi è oggi chi ha ancora la coscienza effettiva di tali possibilità? Dove sono, nello stesso Cattolicesimo, le persone che conoscono il senso profondo della dottrina da esse professata esteriormente, le persone che non si limitano a "credere" in modo più o meno superficiale, e più col sentimento che non con l'intelligenza, ma che "conoscono" realmente la verità della tradizione religiosa che esse considerano di loro pertinenza? Noi vorremmo aver la prova che, malgrado tutto, di tali persone qualcuna ne esista, perché ciò significherebbe per l'Occidente la più grande e forse la sola speranza di salvezza; ma noi dobbiamo confessare che finora noi non ne abbiamo potuta incontrare. Si deve supporre che esse, come certi sapienti orientali, si tengono nascoste in qualche ritiro quasi inaccessibile, ovvero bisogna abbandonare anche quest'ultima speranza?
L'Occidente è stato cristiano nel Medioevo, ma non lo è più. Può divenirlo di nuovo? Nessuno lo spera più di noi, come nessuno di noi potrà augurarsi che ciò accada assai prima di quel che non faccia pensare quanto vediamo d'intorno. Ma non ci si illuda: un tale momento sarà anche quello in cui il mondo moderno come tale avrà cessato d'esistere.
(René Guénon, La crisi del mondo moderno, Roma: Edizioni mediterranee, 2015 (1937), pp. 148-149)
[Buona Pasqua a tutti]
martedì 22 marzo 2016
La crisi del mondo moderno (pt. I)
È detto nel Vangelo: "Chi di spada ferisce, di spada perisce" [Matteo, 26, 52]; chi ha scatenato le forze brute della materia perirà schiacciato da queste stesse forze, di cui ha cessato di essere davvero il signore dal momento in cui le ha messe imprudentemente in moto e di cui egli non può nemmeno presumere di frenare indefinitamente la marcia fatale. Forze della natura o forze delle masse umane, o le une e le altre insieme, poco importa; son sempre le leggi della materia che qui agiscono ed esse travolgono inesorabilmente chi ha creduto di dominarle senza essersi elevato di là dalla materia. L'Evangelio dice in più "Ogni casa divisa in se stessa crollerà" [Luca, 11, 17]. Questo detto si applica a perfezione al mondo moderno, con la sua civilizzazione materiale che, per la sua stessa natura, non può che suscitar dovunque lotte e divisioni. La conclusione è fin troppo facile a trarsi e non occorre passare ad altre considerazioni per predire, senza tema di errore, che questo mondo va incontro ad una fine tragica, a meno che un cambiamento radicale, sviluppatesi fino ad una vera e propria revulsione, non si produca a breve scadenza.
[...]
Bisogna dichiararlo francamente, senza cercar vane conciliazioni: fra lo spirito religioso nel senso vero della parola e lo spirito moderno può solo esservi antagonismo. Ogni compromesso riuscirà solo ad indebolire il primo e tornerà a vantaggio del secondo, la cui ostilità non per questo risulterà disarmata, poiché esso può solo tendere a distruggere completamente quel che, nell'umano, riflette una realtà superiore all'umano.
(René Guénon, La crisi del mondo moderno, Roma: Edizioni mediterranee, 2015 (1937), pp. 147-148)
martedì 23 febbraio 2016
Der Waldgang
Il Ribelle è il singolo, l'uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui sopravviva qualche purezza, tutto diventa semplice. Abbiamo visto che la grande esperienza del bosco è l'incontro con il proprio io, con il nucleo inviolabile, l'essenza di cui si nutre il fenomeno temporale e individuale. Anche sul piano morale, questo incontro così importante sia nel guarire sia nel fugare la paura ha un valore altissimo. Porta verso quello strato sul quale poggia l'intera vita sociale e che sin dalle origini è sotteso a ogni comunità. E verso quell'essere umano che costituisce il fondamento di ogni elemento individuale e da cui s'irradiano le individuazioni. In questa zona non ritroviamo soltanto la comunanza: qui c'è l'identità. È questo che si profila nel simbolo dell'abbraccio. L'io si riconosce nell'altro - secondo la formula antichissima: «Tu sei quello!». L'altro può essere la persona amata, e anche il fratello, il dolente, lo sprovveduto. L'io che gli porge aiuto s'innalza nell'imperituro. Qui si consolida la struttura che è a fondamento del mondo.
Ernst Jünger, Trattato del Ribelle
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